lunedì 2 luglio 2012

Il Pensiero Debole 15.06.12 di Luciana Letizzetto

E 'partita la moda tra donne di un certo garbo di vantarsi dei propri slanci amorosi. Ha cominciato Melissa Satta, fidanzata di Boateng del Milan, che in un'intervista a «Vanity Fair» ha confessato: «Faccio sesso da sette a dieci volte alla settimana». Orario continuato… Come la Rinascente sotto Natale. Una acciaieria, dove non si possono mai spegnere gli altoforni… Invece Sara Tommasi ha svelato che lei, pensa, fa sesso più di cinque volte al giorno perché ha un fidanzato molto esigente. Ma dove lo avrà trovato, questo merlo meccanico? Questo percussionista di classe?Ame fa già venire voglia di chiedergli se viene a farmi i buchi in giardino per piantare le carote. Un talento vero. Cinque volte al giorno, vuol dire una volta ogni quattro ore. Con la cadenza di un antibiotico, la Tommi, la Sara Tommi. Mentre prende l'Augmentin prende anche…

Intanto volevo dire che sono contenta e ringraziare che esista sempre una stampa libera che ci informa delle cose vere della vita. E poi nello specifico mi chiedo: ma queste qua non hanno niente da fare nella vita…? Possibile che a loro la vita non offra altro che un via-vai di walter? Solo chilometri e chilometri di umanità? Cinque volte al giorno, anche dal punto di vista della logistica, non è una cosa semplice... Le accorperà due o tre per volta, o le fa proprio staccate, una al risveglio, una in tram, una in ufficio, una a cena e l'ultima mentre prepara la tisana di menta e arquebuse? E soprattutto, queste qua, che jolanda hanno? Con la serpentina di raffreddamento? No, perché con un uso così assiduo devi fare attenzione che poi ti va in temperatura e rischia di fondersi. Fa la fine della centrale di Fukushima. Tocca poi immettere acqua di mare per spegnere i fumi… Devono poi spegnerla dall' alto con gli elicotteri… Coi Canadair… Guarda, io spero che non sia vero, della Sara e della Melissa, lo dico per loro. Perché il bello del ciupa dance, il bello del far l'amore è anche la sorpresa e l'attesa. Un treno che entra in galleria inaspettatamente è avvincente, ma un intercity via l'altro alla stazione centrale fa venire la stufia già dopo due minuti. Comunque, per dire che la stupidigia delle femmine non conosce confini ho letto un'altra bella notizia. Protagonista un'altra donna. Una tipa della Florida che si è fatta fare le iniezioni di cemento nel sedere per farlo diventare sodo. E adesso ha denunciato il chirurgo. Eh certo. Perché al posto del sedere le è venuto un ecomostro. Ma a te ti pare? Ma anche lei… Ma al limite fattelo fare di cartongesso, con un faretto che illumina l'entrata secondaria… Chiama un architetto. Fattelo progettare da Fuksas… Sai che deretani disegnerebbe? Invece lei ha portato in tribunale il medico culologo. Ma allora sei scema, abbi pazienza. Vai a farti fare una colata di calcestruzzo nelle chiappe e poi ti lamenti? Come quelli che si fumano una stecca di Camel senza filtro al giorno e poi denunciano le multinazionali del tabacco perché gli viene male ai polmoni… Ma denunciati te, balengo! Una così capace che se le dicevano che per dimagrire dovevano tagliarle via il culo a fette se lo faceva mettere nell'affettatrice… Ah! Les femmes!

Tratto da:  http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/torinosette/grubrica.asp?ID_blog=134&ID_articolo=225

giovedì 28 giugno 2012

Italia-Germania 9-4

Italia-Germania è una partita di calcio che per molti di noi dura da tutta la vita, tanto che ha finito per assomigliarle un po’. La mia è cominciata un’estate di 42 anni fa. Sono quel bambino in corridoio, davanti alla porta del salotto, con i piedi nudi per non fare rumore e l’occhio destro schiacciato contro il buco della serratura.

Sono andato a letto alle dieci come da accordi: la semifinale della Coppa Rimet arriva a mezzanotte in diretta via satellite dal Messico, ma domani a scuola c’è un esame, per cui è scattato l’emendamento Cenerentola. A cena papà mi è sembrato nervoso, come se non fosse solo una partita. Io non so nulla dei tedeschi, mentre conosco a memoria la formazione dell’Italia, riserve comprese. Anzi, soprattutto le riserve, dato che il mio Poletti, terzino del Toro, per una evidente congiura è stato confinato in panchina. A una certa ora papà è passato in stanza a controllare: dormivo come un pascià.
Naturalmente facevo finta. Sono bravissimo a simulare sospiri profondi che insaporisco con gorgoglii da orsacchiotto. Appena lui ha acceso il televisore del salotto, chiudendosi la porta alle spalle per non svegliarmi, sono sgattaiolato in postazione e ora eccomi qua, con l’occhio destro nel buco della serratura. Sono agitato e felice come ogni peccatore. Attraverso la toppa intravedo papà in poltrona con gli amici, ma si alzano quasi subito per abbracciarsi: ha segnato Boninsegna. Io resto impassibile e penso a Poletti, in panchina a non fare niente. Almeno sta più comodo di me. La partita è una noia, il telecronista Martellini ha la voce di un ghiacciolo alla menta e a metà del primo tempo mi addormento contro lo stipite. Quando mi sveglio, si addormentano le gambe: prima una e poi l’altra. Uno strazio. A distrarmi sono un paio di scatti di Mazzola, indovinati nel televisore in bianco e nero, e le mie fughe in camera ogni volta che papà o i suoi amici escono dal salotto per andare in bagno. Finché calcolo male i tempi e papà mi sorprende in mezzo al guado con addosso la canottiera di Paperoga. «Che ci fai sveglio a quest’ora?». «Ho avuto gli incubi». Uno si materializza subito: è Schnellinger, una specie di Poletti tedesco, che pareggia in scivolata all’ultimo minuto.
Papà è così sconvolto dai tempi supplementari che si dimentica di me. Mi siedo sulla punta del divano e sbatto gli occhi furiosamente: è entrato Poletti! Mentre fantastico sul suo gol in rovesciata che ci renderà entrambi immortali, il mio eroe scambia la palla per una saponetta e la fa scivolare verso il centravanti tedesco Gerd Muller, il quale ringrazia e starnutisce con i piedi il golletto del 2 a 1. Il mio primo pensiero è: domani non esco di casa, altrimenti gli juventini mi sbranano. Ma il secondo è per papà: è diventato bianco, lui che non si emoziona mai. Non so perché i tedeschi lo agitino tanto. Lo zio mi ha raccontato che da ragazzo papà ha fatto il partigiano, ma non ho capito bene cosa voglia dire. So solo che, quando d’estate andiamo dai parenti in Romagna, se all’ombrellone o al tavolo accanto c’è un gruppo di «crucchi» lui smette immediatamente di parlare. E quando quelli cominciano a ridere o a cantare in coro è come se una nuvola di ricordi gli attraversasse lo sguardo. Allora mi prende per mano e dice: andiamo via. Stanotte i tedeschi sono soltanto nel televisore, eppure papà mi prende per mano lo stesso e dice: vai a letto. Ma la storia non è d’accordo e accelera all’improvviso. Omini scuri danzano sullo schermo lattiginoso. Fantasmi memorabili. Pareggia Burgnich, un terzino che non aveva mai tirato in porta in vita sua. Poi Gigi Riva ci riporta in vantaggio, «gonfiando la rete come se l’avesse investita uno squalo», leggerò anni dopo nella prosa immaginifica di Gianni Brera, che ricopiavo tre volte al giorno sul mio quaderno di liceale nella speranza folle di imparare a scrivere come lui.
Al gol dello squalo, papà e i suoi amici lasciano in poltrona l’aplomb sabaudo e si mettono a cangureggiare per il salotto. La memoria mi restituisce l’immagine di uno di loro che si aggrappa alle tende come Tarzan. Mi siedo per terra davanti al televisore e quando la Germania batte un calcio d’angolo appoggio le mani sulla porta degli azzurri per proteggerla. Forse imparo quella notte a illudermi che per modificare la realtà sia sufficiente nasconderla a se stessi. Incurante della mia mano, il pallone precipita lentamente in rete, mentre un omino piazzato dietro il mio mignolo si scansa di lato per lasciarlo passare. Gianni Rivera. Il mignolo gli avrà coperto la visuale? Mi sento in colpa. Per lui, per Poletti, per papà che tira un cazzotto contro il tavolino di marmo. Ma nessuno - credo nemmeno lui - pensa che possa finire così. E infatti non finisce, non finisce mai. Neanche quando Rivera, al quale la dea Atena ha restituito la lancia (sempre Brera, naturalmente), vibra un colpo chirurgico contro la porta di Maier e si inginocchia sull’erba come noi sul tappeto persiano. Papà mi guarda con occhi sconosciuti, febbrili. «Andiamo a festeggiare?». La sua domanda è coperta dai clacson di una città intera.
Italia-Germania 4 a 3. Ma non finisce, non finisce mai. A che minuto siamo? Dodici anni dopo, stesso salotto, e domattina ho un altro esame da dare: diritto pubblico comparato. Per ripassare mi sono perso il concerto dei Rolling Stones, che è andato in scena nello stadio davanti a casa. L’ho origliato malamente, cercando di riconoscere «Satisfaction» in mezzo al frastuono. Il concerto è finito alle 7 e mezza, ma quando alle 8 meno un minuto mi affaccio alla finestra durante gli inni nazionali, per strada non c’è già più un’anima: solo una 126 ritardataria che sfreccia nel nulla verso un televisore. La sensazione, stasera, è che la vittoria sia inesorabile. Abbiamo battuto le imbattibili Argentina e Brasile, nessun panzer può fermarci. Neppure il rigore sbagliato da Cabrini, per il quale, si saprà dopo, il presidente Pertini in tribuna ha invocato senza sorridere la fucilazione sul posto. Il gol di Paolorrossi è una conferma, l’urlo di Tardelli una pallida replica di quelli lanciati da ogni balcone del mio condominio. Gli anni di piombo stanno finendo davvero. Essere felici per una vittoria sportiva non è più una colpa né un’ammissione di debolezza.
Ma non finisce, non finisce mai. Si aggiorna solo il tabellino. Dopo il 3 a 1 del Bernabeu, l’Italia è in vantaggio 7 a 4. A che minuto siamo? Quell’estate in vacanza, all’insaputa di papà, corteggio una tedesca con un viso dolce incastrato su spalle da mediano. Sa di cioccolato corretto al rum. A un certo punto mi intima: «Now we make love», come se l’amore fosse una pratica da sbrigare o uno spread da limare. Per il resto è molto romantica. Però non sa niente del 4 a 3. Dice che in Germania non ricordano le sconfitte. «Mica siamo piagnoni come voi». Piagnoni, cara? «Now we make» altri due gol.
Certo, bisogna aspettare un po’, giusto quei ventiquattro anni che pure sembrano viaggiare molto più in fretta dei dodici intercorsi fra la prima e la seconda sfida. Il bambino con l’occhio nella serratura adesso lavora nei giornali e dalla sua scrivania osserva gli inevitabili supplementari. Quando Grosso attraversa il campo scuotendo la testa dopo aver segnato il gol della vita, penso a come sarebbe contento papà e mi viene da piangere, ma il raddoppio sontuoso di Del Piero e soprattutto la voce invasata e irresistibile di Caressa che in tv urla «Andiamo a Berlino a prenderci la coppa!» strozzano il magone in un abbraccio caldissimo. Italia-Germania 9 a 4, ma non è finita, non finisce mai. A che minuto siamo, stasera?




Tratto da: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=1206&ID_sezione=56

mercoledì 13 giugno 2012

La Dissolvenza della Casta

Lavorano tutti per Grillo, ormai. Per Grillo o per qualcosa di molto peggio, perché dopo giornate come quella di ieri risulta ancora più difficile (anche se indispensabile) separare la politica da «questa» politica e la democrazia da «questi» partiti. Cominciamo dalla Regione Lombardia, dove non è passata la mozione di sfiducia contro il presidente Formigoni. L’esito era abbastanza prevedibile, avendo il centrodestra la maggioranza in Consiglio. Quel che non era prevedibile neanche in una gag di Crozza o in un incubo di Bersani era che al momento del voto il primo firmatario della mozione contro gli yacht di Formigoni fosse assente perché impegnato a prendere il sole su una spiaggia greca. Si chiama Luca Gaffuri, un cognome che è già un indizio.

Hanno fatto apposta a mettere la mozione ai voti mentre ero in vacanza, si è difeso maldestramente il gaffeur, capogruppo del Partito democratico. E sì che ne avrebbe avuto di tempo per esplorare la Grecia: in yacht, in motoscafo e persino in gommone. Ad aprile il Consiglio regionale lombardo, stremato dagli straordinari della Minetti e del Trota, si era infatti autoelargito un ponte di tre settimane.

Al Senato di Roma, intanto, andava in scena il salvataggio del molto onorevole senatore Sergio De Gregorio, già fondatore dell’associazione Italiani nel Mondo (poveri italiani, ma soprattutto povero mondo), imputato di bazzecole quali associazione a delinquere, truffa e false fatturazioni per 23 milioni di euro (tutti soldi nostri, tranquilli) nell’inchiesta sui fondi pubblici versati al cosiddetto giornale «Avanti!» di Valter Lavitola. I giudici avevano chiesto l’arresto di De Gregorio e la giunta per le immunità, schiacciata dall’evidenza dei fatti, si era dichiarata per una volta d’accordo. Ma nel segreto dell’urna centosessantanove senatori hanno votato contro il trasferimento in carcere del sant’uomo. I berluscones sodali suoi, certamente. Ma anche altri che a parole lo avevano criticato. Chi? Si sospetta di qualche leghista, di qualche terzopolista e persino di qualche democratico smanioso di ricambiare certi favori fatti in passato (ricordate il salvataggio di Tedesco?) o fattibili in futuro: incombe il verdetto del Parlamento sul transito alle patrie galere di un altro specchiato galantuomo, il tesoriere Lusi.

Sulla torta quotidiana della Casta mancava soltanto la ciliegiona e a metterla sono stati i pasticcieri dei tre partiti maggiori, che hanno colto l’occasione delle nomine delle Autorità (Comunicazioni e Privacy) per dare vita a una famelica e scientifica spartizione di posti. L’aspetto insopportabilmente ipocrita della faccenda è che per darsi un tono i partiti avevano sollecitato l’invio dei «curricula» di alcuni fra i giuristi più prestigiosi, Zagrebelsky su tutti. Naturalmente nessuno li ha presi in considerazione. Ne hanno fatto carta da cesso, ha sintetizzato Di Pietro con la consueta brutalità, supponendo ottimisticamente che li avessero almeno srotolati. Più probabile invece che giacciano intonsi in qualche cassetto. I nomi giusti erano già stati scelti dai capibastone nelle segrete stanze. Alle Comunicazioni vanno amici fidati e benissimo pagati, che entro sessanta giorni dovranno decidere se assegnare gratuitamente o meno le frequenze televisive a chi li ha nominati. Mentre a occuparsi di privacy arrivano la moglie di Bruno Vespa e il democratico Antonello Soro, politico serio e perbene, ma la cui competenza in materia di informazione e informatica risulta assai opinabile, trattandosi di un medico specializzato in dermatologia.

Chissà perché fanno così. Forse pensano che i cittadini siano stupidi e che a tenerli buoni basti il taglio ipotetico di qualche auto blu, mentre loro vanno avanti ad autoassolversi e lottizzare. Ma è più probabile che non possano fare altrimenti e che, con l’avvicinarsi del giudizio elettorale, la paura si associ al menefreghismo nell’ispirare comportamenti suicidi. Quello a cui stiamo assistendo impotenti è il «cupio dissolvi» di una generazione politica.



tratto da: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=1193